«Dopo una lunga notte di colloqui mediati dagli Stati Uniti, sono felice di annunciare che India e Pakistan hanno raggiunto un accordo per un pieno e immediato cessate-il-fuoco. Congratulazioni a entrambi i Paesi per il loro buon senso e grande intelligenza». Con queste parole il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato su X l’epilogo di questa pericolosa escalation tra due potenze nucleari. La conferma è arrivata anche dal ministero degli Esteri pakistano e dal suo omologo indiano, mentre il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha aggiunto che New Delhi e Islamabad avvieranno presto colloqui su un’ampia serie di questioni in un luogo neutrale.

Era proprio questo il risultato che tutto il mondo stava aspettando ma che, ancor più nelle ultime ore, sembrava assai difficile a causa dell’operazione Compact Building, avviata dal Pakistan nella notte tra venerdì e sabato per rispondere agli attacchi militari lanciati mercoledì dall’India. Al contrario, quest’ultima operazione è sembrata una sorta di regolamento di conti senza eccessive conseguenze per le due potenze nucleari.

In effetti, a nessuno dei due Paesi sarebbe convenuto aprire un conflitto di tali dimensioni. New Delhi sta emergendo come potenza mondiale dal punto di vista demografico, economico e tecnologico, intende rafforzare l’immagine della “più grande democrazia al mondo” e, per farlo, deve ritagliarsi agli occhi del mondo un ruolo che sia rassicurante ed equilibrato ma non troppo debole. Perciò, attraverso l’operazione Sindoor — il cui nome ha una forte valenza simbolica poiché evoca il tradizionale pigmento rosso usato dalle donne in occasione del matrimonio —, l’India ha comunque dimostrato di poter rispondere a quelle che ritiene minacce terroristiche provenienti dal confine pakistano, come quella subìta lo scorso 22 aprile di cui ritiene responsabile i servizi di intelligence pakistani, e di poter colpire non solo la vicina regione Kashmir bensì altre aree interne al Pakistan. Dall’altro lato, Islamabad ha sì confermato la sua assertività e centralità sul piano regionale nei confronti di un vicino con cui condivide problemi al confine almeno dal 1947 e con cui si è ritrovata in guerra per ben tre volte, tuttavia è alle prese con innumerevoli tensioni interne — legate da ultimo all’arresto dell’ex premier Imran Khan —, sta cercando di valorizzare le potenzialità di una popolazione giovane e di potenziare un’agricoltura che resta colonna portante della sua economia.

Oltre al difficile contesto regionale e internazionale, il problema più grande relativo a questo scenario di guerra era però quello relativo alle armi atomiche dei due Paesi. New Delhi e Islamabad hanno due arsenali di dimensioni simili, 160 la prima e 165 la seconda, ma hanno una diversa concezione della deterrenza: mentre l’India è uno dei pochi Paesi al mondo ad aver dichiarato ufficialmente la politica di No First Use, il Pakistan non l’ha mai adottata e sembra considerare possibile un primo uso dell’arma nucleare. Ma in quale caso? Una larga invasione di terra, una distruzione delle proprie forze armate, una paralisi economica, una destabilizzazione politica, una sovversione sociale? La risposta a queste domande ha tenuto in allerta il mondo intero per giorni.

Oggi la questione non sembra definitivamente risolta ma, nella speranza che il dialogo tra le parti sia presto avviato, può imboccare la strada giusta. Anche perché in pochi giorni questa escalation ha provocato la morte di circa 30 persone e il ferimento di 125 nel Kashmir pakistano, mentre le ultime stime indiane parlavano di circa 20 vittime. Sicuramente la mediazione promossa dagli Usa tra India e Pakistan sarà un risultato che il presidente Donald Trump non mancherà di rivendicare. Si tratta del primo successo diplomatico della nuova amministrazione statunitense e potrebbe tornare utile di fronte a scenari più complessi come quello ucraino o palestinese.

L’Osservatore Romano – 10/5/2025