«Aspetterò Putin in Turchia giovedì. Personalmente. Spero che questa volta i russi non cerchino scuse». Con queste parole il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è espresso ieri su X, aprendo a colloqui diretti con il presidente russo Vladimir Putin.

Finora da Mosca non è arrivata alcuna conferma, ma la richiesta di colloqui bilaterali a Istanbul il 15 maggio era stata lanciata proprio dal Cremlino dopo il rifiuto ucraino ed europeo di accettare condizioni senza una tregua preliminare. E, peraltro, era stata prontamente rilanciata dall’amministrazione statunitense di Donald Trump, che aveva invitato Kyiv ad accettare l’invito russo per un incontro a Istanbul. Il presidente Trump, attraverso un post sul social media Truth, aveva scritto che «almeno così si potrà capire se un accordo è possibile» e ha chiesto a Zelensky di «accettare immediatamente».

Affinché ciò avvenga, serve quantomeno dimostrare che un dialogo tra le parti è in corso. E, su questo, ancora una volta un ruolo centrale potrebbe svolgerlo la Turchia, che aveva già promosso nel 2022 l’accordo sul grano tra Kyiv e Mosca e che oggi si ripropone come ponte fra Mosca e Kyiv. È stato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan a offrire Istanbul come sede dei negoziati. La disponibilità turca a mediare potrebbe diventare uno dei più attivi strumenti multilaterali per cercare una soluzione al conflitto e un ritorno al tavolo in quella stessa città potrebbe facilitare il recupero di una metodologia diplomatica che oggi si presenta con contorni nuovi, sotto il pressing diretto degli Stati Uniti.

Nel frattempo, la “coalizione dei volenterosi” — guidata da Francia, Germania, Regno Unito e Polonia —, che assieme a Kyiv ha lanciato un piano per un cessate-il-fuoco di 30 giorni prima di intavolare negoziati, ha promesso nuove sanzioni contro Mosca in caso di rifiuto. Quando Putin ha rilanciato con la proposta di un incontro senza fermare le ostilità, Parigi e Berlino hanno risposto con freddezza, parlando di una manovra dilatoria. Confermando un forte appoggio a Kyiv, questa mattina l’Ue ha annunciato la creazione di una task force interistituzionale Ue-Ucraina per «assistere l’integrazione delle nostre industrie della difesa e per facilitare lo sviluppo di progetti comuni o processi di appalto congiunti».

La posta in gioco è alta. Perché se da un lato il confronto diretto tra i due presidenti potrebbe aprire un nuovo capitolo anche solo sul piano simbolico, dall’altro nulla garantisce che basti un incontro per colmare distanze ancora ampie. In effetti, la guerra sul terreno continua ad andare avanti. Nella notte l’esercito russo ha attaccato il territorio dell’Ucraina con 108 droni Shahed. Sono state prese di mira quattro regioni del Paese: Odessa, Mykolaiv, Donetsk e Zhytomyr. Di fronte a questa situazione, la pace «autentica, giusta e duratura», di cui ha parlato Papa Leone XIV durante la preghiera del Regina Coeli, si fa sempre più urgente.

L’Osservatore Romano – 12/5/2025