Ma è vero che mangiate sempre più spesso da soli? «Sì, a casa mia è normale: ognuno in camera sua»; «Io no, ma tanti miei amici lo fanno»; «Se mamma e papà sono impegnati io sono costretto a farlo perché non mi va di aspettare le nove di sera»; «A me invece non va di guardare la televisione come fanno i miei»; «A me non piace l’idea di cenare col compagno di mia mamma»; «Noi ceniamo insieme, ma abbiamo il telefono e la televisione accesa»;  «Neanch’io lo faccio, però ammetto che la maggior parte delle volte cenare coi genitori è noioso»; «Sì, perché non abbiamo niente da dirci e allora preferisco andare in stanza, guardare TikTok, qualche film, oppure parlare con gli amici», «ma tanto i grandi non ti ascoltano neanche, sono sempre stanchi e vanno di fretta»; «Tranne i nonni, loro ti ascoltano sempre, coi nonni ci sto volentieri, anche perché a differenza dei genitori li vedi meno spesso e hai più cose da raccontare».

La domanda che poniamo oggi ai ragazzi arriva nei giorni successivi al Giubileo delle famiglie, dei bambini, dei nonni e degli adolescenti. Eppure, restituisce un’immagine ben diversa dall’atmosfera di gioia che ha animato il cuore di Roma durante l’evento: in famiglia e a casa si parla sempre di meno. La segnalazione ci è arrivata da diversi catechisti italiani, che fanno riferimento non ai ventenni, notoriamente già impegnati tra università e primi lavoretti, bensì agli adolescenti e addirittura ai bambini: è sempre più raro che si riuniscano insieme ai genitori per mangiare, condividere, parlare, confrontarsi.

«Non mettere i gomiti sul tavolo!»; «Non ti chinare sul piatto!», ma anche «raccontami, cosa hai fatto oggi a scuola?»; «Hai fatto pace con il tuo amichetto?»; «Ti stai trovando bene a danza?»; «Cosa state studiando a storia?»: è paradossale pensare come un confronto così semplice ma alla base di un dialogo indispensabile per capire come sono fatti i propri figli, avvenga sempre di meno proprio nell’epoca in cui sembra ce ne sia invece più bisogno. Dal rapporto Unicef emerge che in Europa 11,2 milioni di bambini e giovani entro i 19 anni lamentano un disagio mentale medio-grave e, nel mondo, il 39 per cento dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni presenta forme serie o estremamente serie di ansia, stress o depressione. Chi li frequenta quasi quotidianamente, dai maestri ai professori fino ai catechisti e agli allenatori, sa quanto questa categoria abbia bisogno di sfogarsi, di parlare, di confrontarsi e di essere ascoltata su temi che vanno dal più semplice al più intrigato, dal litigio con la compagna di banco fino alla concezione dell’amore, dalla propria idea di politica fino alla fede religiosa, dallo sport alla musica. Eppure, tutto ciò sembra avvenire sempre di meno persino in casa.

A livello italiano, dati precisi su questo fenomeno ancora non esistono: l’unico e più recente, diffuso da Nomisma per UniSalute, è relativo solo ai bambini della scuola primaria e fa ben sperare perché riporta che l’83 per cento di questi si siede a tavola coi propri genitori. Ma cosa succede non appena i piccoli diventano leggermente più autonomi e i genitori tornano ai pieni ritmi di lavoro? Occorrerebbe indagare in modo approfondito anche perché, altrove, certi numeri vengono già analizzati. Nel Regno Unito un sondaggio del 2025 fatto su duemila famiglie britanniche ha rivelato che solo una su tre consuma pasti insieme ogni giorno, il 66 per cento dei bambini tra gli 8 e i 16 anni preferisce mangiare davanti alla televisione o al computer piuttosto che con i genitori e il 51 per cento utilizza dispositivi elettronici durante i pasti. Se in Corea del Sud il termine “honbap” descrive la tendenza sempre più diffusa a mangiare da soli, in Giappone il termine “koshoku” si riferisce nello specifico proprio ai bambini che mangiano da soli e, per contrastare il fenomeno, nel 2024 il numero di mense per bambini “Kodomo Shokudo” ha superato quota 10.000. Secondo il “World Happiness Report” del 2025 il 25 per cento degli statunitensi dice di aver consumato tutti i pasti da solo (+53 per cento rispetto al 2023, soprattutto per i giovani dai 18 ai 24 anni) e il “Survey Center on American Life” riferisce che, se tra il 1946 e il 1964 il 76 per cento degli adolescenti cenava ogni giorno in famiglia, oggi solo il 38 per cento della stessa fascia di età replica la stessa esperienza.

Numeri dietro cui si nascondono storie, silenzi, sfide legate all’educazione alimentare e quindi ai rischi di anoressia, bulimia o obesità, ma soprattutto i tratti distintivi di una società sempre più individualista. «Da giovane genitore ammetto che è difficile far confluire i diversi orari per motivi pratici che vanno dal lavoro allo sport: spesso non ci riusciamo, ma abbiamo la fortuna di avere i nonni vicini, altrimenti non so come faremmo», riflette Chiara, 30 anni, romana. «È Nathan a decidere di mangiare davanti alla play-station: noi lo lasciamo fare perché sentiamo che si diverte, anzi nei rari casi in cui ci troviamo a mangiare insieme diventa più diffidente del solito, come se la tavola gli desse fastidio», confessa Tanya, dall’Oxfordshire, a proposito di suo figlio diciottenne. «È vero, pranzare insieme è impossibile e cenare insieme è difficile — riflette un altro genitore — ma ciò non significa che manchino i momenti di condivisione: la domenica, il cinema, le vacanze…». Per raccontare l’altro lato delle famiglie ci siamo allontanati dall’aria di festa in piazza San Pietro. È bello però tornarci, di fronte a tante testimonianze così diverse da quelle viste in questi giorni, guardando all’immagine di una Chiesa che ha chiamato a sé le famiglie in un momento tanto complesso, facendo leva su chi in apparenza è più fragile: bambini, nonni e adolescenti. Una triade su cui Papa Francesco aveva spesso puntato, perché, «cari nipoti, i vostri nonni sono la memoria di un mondo senza memoria, e quando una società perde la memoria, è finita» diceva durante l’incontro con nonni, anziani e nipoti promosso dalla fondazione “Età grande” il 27 aprile 2024, e su cui, in pieno spirito di continuità, Papa Leone xiv è tornato nell’omelia pronunciata il 1 giugno: «In famiglia, la fede si trasmette insieme alla vita, di generazione in generazione: viene condivisa come il cibo della tavola e gli affetti del cuore. Ciò la rende un luogo privilegiato in cui incontrare Gesù, che ci vuole bene e vuole il nostro bene, sempre».

L’Osservatore Romano – 17/6/2025