Intelligente, sostenibile, efficiente, innovativa. In una sola parola, smart. Cosa? Una città. Anzi, una smart city. Il termine oggi va molto di moda. Anche troppo. Perché spesso lo si utilizza in modo improprio. No, una città non può essere smart se, in primis, non offre un sistema di trasporti efficiente o se non sa gestire i propri rifiuti. Ancor più rischioso, poi, è accostare questo concetto agli slogan sulla sostenibilità, fatti di -ismi (ambientalismo, ecologismo, …) e di (false) promesse.

Esempi di degenerazione da smart city? La Polonia: sui tetti delle città ci sono troppi pannelli solari. Dopo gli incentivi dati dal governo polacco per l’installazione del fotovoltaico, come gli sconti in bolletta, la produzione di energia solare è cresciuta del 200%. Ma la rete elettrica del Paese non è stata modernizzata. Perciò non è idonea a intercettare un aumento così significativo. Quindi la Polonia rischia un crash energetico.

Molto spesso gli slogan restano tali perché ci si dimentica di come le decisioni, prese a livello centrale, debbano poi essere promosse e applicate dalla popolazione. Perciò, talvolta, le idee più efficaci possono provenire proprio da chi vive quotidianamente la città. Uno spunto lo fornisce l’iniziativa «Ri-Abitiamo Milano», ideata da Elena Tettamanti, presidente dell’associazione no profit Amici della Triennale, e da Giuseppe Caprotti, della Fondazione Guido Venosta. L’evento ha coinvolto 25 mila ragazzi di 200 scuole superiori milanesi. Gli studenti hanno proposto oltre cento progetti per rendere sostenibili quartieri o intere aree dismesse. La giuria, composta da Mario Cucinella, architetto, Stefano Mancuso, scienziato, dalla giornalista e scrittrice Alessandra Viola e dal consiglio direttivo degli Amici della Triennale, ha premiato i tre progetti migliori, consegnando ai singoli ragazzi un buono cultura dal valore di mille euro.

Sul podio, il terzo posto è occupato da cinque liceali della comunità ebraica. Alessia Nassimiha, Yael Recanati, Gabriel Loley, Jonathan Vona e Dan Hasbani hanno proposto una riqualificazione del quartiere ebraico basata sull’ecosostenibilità. Identità e progresso, insieme. Poi, Carolina Bagnasacco, Arianna Fantoni e Lavinia Taverni del liceo classico Tito Livio hanno pensato di applicare la permacultura al parco di Trenno. Cura della Terra, valorizzazione delle persone, equa condivisione. Permacultura significa imitare la natura per garantire autosufficienza alimentare. Dove? In città, ovviamente. A Parigi li chiamano i potagére e crescono sui tetti: sono gli orti urbani. Servono a produrre pomodori, rosmarino, menta, salvia, lamponi…

Infine, il primo posto. Il progetto migliore ma anche quello su cui c’è più da discutere. Davide Fatini e Dylan Amoruso, del liceo artistico Caravaggio, hanno dedicato un piano all’area Ex Innocenti. Secondo i ragazzi, l’ex stabilimento dovrebbe essere riqualificato, mantenendo le strutture di metallo e i mattoni dei capannoni, ma aggiungendo pannelli solari e edifici in vetri. Risultato finale? Una molteplicità di serre in cui svolgere ogni tipo di attività.

L’idea dei due ragazzi sembra seguire il modello di Sydney. La città australiana, dall’estate 2020, genera il 100% di elettricità rinnovabile attraverso l’eolico e il solare. Sono stati installati 310.000 pannelli solari su 250 ettari di terreno. Molti pannelli sono bifacciali e, quindi, assorbono luce solare su entrambi i lati e per più tempo. Conseguenze positive non solo sull’ambiente (si prevede una riduzione delle emissioni di carbonio di circa 20.000 tonnellate), ma anche sull’economia: la città dovrebbe risparmiare mezzo milione di dollari all’anno.

Attraverso il piano LA100, votato all’unanimità dal Consiglio cittadino di Los Angeles, la città californiana punta ad essere alimentata al 100% da energie pulite entro il 2035. L’obiettivo è contrastare siccità e incendi. Un rapporto della National Renewable Energy Laboratory rileva che il mix energetico si baserà principalmente su gas naturale (25%), carbone (20%), nucleare (14%), solare (13%), eolico (10%). Per realizzare il piano saranno necessari soldi e braccia: il costo potrebbe oscillare tra 57 e 87 miliardi di dollari, serviranno almeno 9.500 nuovi posti di lavoro. Da un lato, si prevede che, nel 2045, il risparmio annuale in termini di riduzione dei costi legati alla salute raggiungerà 1,4 miliardi di dollari. Dall’altro lato, sarà necessario installare pannelli solari nel 38% delle case unifamiliari, più di sei volte del tasso attuale, e aumentare la produzione di vetture elettriche tra il 30 e l’80%. Nei periodi in cui l’energia eolica e solare non forniscono energia sufficiente, ci sarà una forte dipendenza da un nuovo tipo di carburante: l’idrogeno pulito. Ma sono proprio gli autori del rapporto a notare che «questa opzione non è ancora disponibile in commercio su larga scala».

Insomma, quando si parla di smart cities, non è tutto così facile. Anche le maggiori fonti di energia rinnovabile (eolica e solare) hanno qualche problema. Fra questi, c’è quello della localizzazione. Cosa succede quando il sole tramonta e cala la notte? Jacopo Giliberto, in un articolo su Il Sole24Ore, afferma che la contraddizione è proprio qui, ossia nei costi di non-produzione, perché «quando il vento si placa o il sole scompare, vengono accese a velocità turbo le centrali elettriche non rinnovabili, oppure si installano enormi pacchi di accumulatori al litio. In entrambi i casi, costano molto e non bastano a produrre corrente sufficiente». Poi, eolico e solare sono attive nei luoghi dove batte maggiormente il sole o tira più forte il vento. Producono dove c’è la materia prima. E altrove? Come arriva l’energia? Sarà necessario trasportare la corrente. Quindi ci saranno ulteriori costi e utenze?

Insomma, siamo proprio sicuri che le città siano tutte indistintamente adatte a diventare smart? Come si sposa l’elettrificazione della mobilità nei paesi in cui mancano colonnine di ricarica veloce e prese elettriche stradali? Poi, dal momento che il processo di elettrificazione nelle città richiede un aumento della produzione di corrente elettrica, come aumenteranno i costi? Chi sosterrà queste spese? Quindi, si possono prevedere progetti alternativi, altrettanto efficaci e sostenibili, magari più convenienti?


L’Osservatore Romano – 11/11/2021