«Non più la guerra» perché «non si può amare con armi offensive in pugno: la pace non si costruisce soltanto con la politica e con l’equilibrio delle forze e degli interessi, ma con lo spirito, con le idee». È il 4 ottobre 1965 quando l’appello di san Paolo vi riecheggia nel palazzo di Vetro delle Nazioni Unite di New York. I riferimenti vanno tutti alla guerra in Vietnam, il conflitto che dal 1955 coinvolge i principali attori internazionali, dagli Stati Uniti all’Unione Sovietica passando per la Cina e la Corea del Sud, riflettendo dunque il bipolarismo internazionale tra regimi comunisti e Paesi democratici, trasformandosi ben presto da guerra d’indipendenza in conflitto senza regole, segnato da bombardamenti a tappeto e napalm.

Cinque anni più tardi Papa Montini si spinge oltre e, durante il pellegrinaggio apostolico in Asia Orientale, Oceania ed Australia, dirà al mondo intero che «condividiamo le pene, così pure le speranze e le aspirazioni dei vietnamiti». Nel frattempo, la diplomazia italiana, mossa dalle più nobili ambizioni dei massimi leader democristiani dell’epoca, fa di tutto per mediare tra Hanoi e Washington. Si moltiplicano gli sforzi diplomatici del sindaco di Firenze Giorgio La Pira, fautore di un Simposio al Forte Belvedere per ragionare sul conflitto e autore di un piano di pace concordato col presidente vietnamita Ho Chi Minh, caldeggiato anche da Amintore Fanfani. Sulle pagine di questo giornale, il 27 gennaio 2023, è stata poi ricordata l’“operazione Marigold”, una trattativa segreta per fermare la guerra basata su un documento di dieci punti, sancita in base al canale tripartito tra l’ambasciatore d’Italia a Saigon, Giovanni d’Orlandi, quello statunitense, Henry Cabot Lodge, e quello polacco, Janusz Lewandowski. Con l’“operazione Killy” Roma viene formalmente riconosciuta come mediatrice tra le parti.

Eppure, bisognerà aspettare altri dieci anni da quell’appello di Papa Montini all’Onu affinché la guerra in Vietnam finisse: il 30 aprile 1975, esattamente cinquant’anni fa, l’ingresso dei Viet Cong e delle truppe nord-vietnamite a Saigon pone fine a una delle più lunghe e sanguinose guerre del Novecento. Quello stesso giorno, dalla capitale del Vietnam del sud, gli Stati Uniti completano la frettolosa e militarmente umiliante ritirata e con loro partono anche alcune migliaia di sudvietnamiti. Ricordare questa data oggi non è però importante solo per la cifra tonda dell’anniversario.

Anzitutto, il conflitto in Vietnam si rivelò un’autentica carneficina. Al termine della guerra si contarono circa 60.000 caduti tra i militari americani, 250.000 tra i soldati sudvietnamiti e più di 3 milioni tra combattenti e civili nordvietnamiti. A colpire profondamente non furono solo i numeri, ma anche la brutalità: si combatté con i più avanzati strumenti dell’epoca, inclusi armamenti chimici, e con strategie di guerriglia particolarmente dure. Fu un conflitto “sporco”, come sporca era stata la guerra d’Indocina contro i francesi, ultimo vagito di un colonialismo vecchio stampo. In Vietnam il teatro delle operazioni era una giungla cupa, disseminata di insidie, rischiarata soltanto dai bagliori dei lanciafiamme e del napalm, usati per incenerire interi villaggi e campi coltivati. Una guerra senza regole né onore, in cui la retorica dell’eroismo militare venne spazzata via dalle immagini crude catturate dai fotografi di guerra e dai racconti spietati degli inviati sul campo.

Fu proprio questa narrativa ad avere un forte impatto sull’immaginario mondiale e soprattutto su quello americano. Già divisa al suo interno dalle proteste dei movimenti studenteschi, dalla crisi economica ed energetica e dallo scandalo Watergate in cui fu coinvolto proprio il presidente firmatario dell’accordo di pace in Vietnam, Richard Nixon, la società statunitense fu ancora più scossa dai riverberi della guerra nel Sud-Est asiatico. Che riecheggiano ancora oggi, come dimostra il fatto che, a poco più di cento giorni dal suo insediamento, l’aspetto più discusso dal presidente statunitense, Donald Trump, è proprio questo: quale ruolo devono avere gli Usa nel mondo. Trump intende proporre un’alternativa al modello globalista e interventista che, sancito nel 1919 coi 14 punti di Thomas Woodrow Wilson poi incarnato dal concetto di globalizzazione, ha imposto agli Usa di confermare la presenza in molteplici teatri dove gli americani sono intervenuti ma in cui non sono sempre riusciti a prevalere, come dimostra lo stesso Vietnam ma pure la guerra in Corea o i più recenti interventi in Afghanistan e Iraq.

La sovraestensione americana ha generato un malcontento interno sia nei movimenti pacifisti sia, talvolta, nella classe media, che ha visto diminuire il suo tenore di vita e si è sentita dimenticata da una classe dirigente impegnata a guardare lontano, diventando così più violenta e incapace d’incontrarsi. Il lascito dell’intervento americano in Vietnam non va quindi misurato solo entro il perimetro della politica estera, ma anche delle sue conseguenze sociali.

L’Osservatore Romano – 30/4/2025